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Das neue Öl ist im Keller: was darüber entscheidet, ob es im März noch gut ist
Die Qualität entscheidet sich im Feld und in der Mühle. Danach kann man sie nur noch verlieren — und in den ersten Wochen verliert...
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L'extravergine all'origine è passato da 9,20 a 4 euro al chilo in un anno. Le quotazioni piazza per piazza, le giacenze, la Spagna, e il conto che viene fuori su un ettaro raccolto a ottobre 2026.
von Gardenmac 8 Min. Lesezeit
Il 12 ottobre più di duemila olivicoltori erano davanti alla Prefettura di Bari. Nei giorni dopo sono arrivati i presidi e i trattori sulle strade, a Carpino sul Gargano e nella piana di Macchia, nel Foggiano. Non è una protesta sulla produzione: le olive, quest'anno, ci sono e sono sane. È una protesta su un numero solo, il prezzo dell'olio all'origine.
Dieci giorni fa avevamo raccontato i numeri con cui parte la raccolta. Da allora il prezzo è sceso ancora. Qui mettiamo in fila dove sta oggi, chi lo decide e che conto viene fuori in campo — con la data accanto a ogni cifra, perché in questo mercato una quotazione di due settimane fa è già vecchia.
A novembre 2025 l'extravergine italiano all'origine stava a 9,20 euro al chilo. A ottobre 2026 si tratta fra 4,00 e 4,20 euro, con segnalazioni che scendono fino a 3,80. L'analisi di Areté quantifica la caduta in meno 47% in un anno.
Sulla media dell'anno il conto è lo stesso: i dati ISMEA presentati a fine settembre danno un prezzo medio 2026 di 4,82 euro al chilo contro i 9,47 del 2025, cioè meno 49%.
«Il prezzo dell'olio» non esiste: esistono le piazze. Queste sono le quotazioni all'origine rilevate il 25 settembre 2026, e la distanza fra la prima e l'ultima riga vale più di qualsiasi commento.
| Piazza | Extravergine (€/kg) |
|---|---|
| Foggia | 4,45 |
| Bari | 4,55 |
| Brindisi, Lecce, Taranto | 4,60 |
| Palermo e Trapani | 6,70 |
| Messina e Siracusa | 8,55 |
| Pescara | 9,50 |
| Ragusa | 9,50 |
| Chieti | 11,50 |
Fra Foggia e Chieti ci sono sette euro al chilo. Non è lo stesso prodotto: nella prima riga c'è l'olio sfuso che alimenta l'imbottigliamento industriale, nell'ultima ci sono partite piccole, spesso a denominazione, vendute a chi quell'olio lo mette in bottiglia col proprio nome. È la differenza fra vendere una materia prima e vendere un olio.
Sotto l'extravergine c'è il resto della scala: il lampante — l'olio che per difetti o acidità non può essere venduto come extravergine e va in raffineria — era a 2,57 euro sulla piazza di Bari a fine agosto e a 2,90 a Brindisi l'8 ottobre, con il vergine a 3,20. Il salto fra extravergine e lampante, quest'anno, vale più di un euro al chilo: tradotto, le ore che passano fra la pianta e il frantoio sono soldi.
Tre numeri spiegano la discesa meglio di qualsiasi discorso.
Primo: la Spagna è tornata. Dopo due annate bruciate dalla siccità, il raccolto spagnolo 2026/27 è stimato intorno a 1,6 milioni di tonnellate, il 29% in più della campagna precedente. Per dare la misura: da sola fa cinque volte l'Italia. Nella settimana dal 10 al 16 ottobre il sistema Poolred dava l'extravergine spagnolo all'origine a 3,14 euro al chilo, in calo dell'1,5%.
Secondo: i magazzini erano pieni prima ancora di cominciare. Al 31 luglio 2026 in Italia c'erano 233.377 tonnellate di olio in giacenza, il 43,9% in più dell'anno prima. Di queste, 185.373 tonnellate di extravergine, e l'extravergine italiano era 108.299 tonnellate: più del doppio dell'anno precedente (+139,6%). La sola Puglia ne teneva 73.559 tonnellate, quasi un terzo del totale nazionale.
Terzo: la campagna 2025/26 era andata bene. Si era chiusa intorno alle 325.000 tonnellate, in crescita di circa il 30%. Per quella in corso Federolio stima un calo di circa il 20%: il presidente Tullio Forcella la definisce «una campagna di scarica», ma «si può comunque ritenere la prossima come una campagna positiva».
Quindi: meno olio nuovo, ma tanto olio vecchio in magazzino e un concorrente che ne mette sul mercato mezzo milione di tonnellate in più. Il prezzo lo fa la somma, non il nostro raccolto.
Qui le cifre smettono di essere di mercato e diventano personali. Prendiamo un ettaro che fa 80 quintali di olive e una resa del 13%, cioè poco più di dieci quintali di olio.
Con il cantiere di raccolta meccanizzato — scuotitore, reti, movimentazione — si va dai 3.000 ai 5.000 euro a ettaro, a cui si aggiunge la molitura a circa 20 euro al quintale, cioè altri 1.600 euro. Con l'olio a 4 euro al chilo i ricavi sono 4.000 euro e i costi arrivano a 7.600: meno 3.600 euro all'ettaro.
Con la raccolta da terra, 1.500 euro a ettaro, e un olio che per qualità si ferma a 2,50 euro, i ricavi sono 2.750 euro contro circa 4.500 di costi: meno 1.750 euro. Meno peggio, ma sempre in perdita.
È questo il conto che c'è dietro le frasi che si sentono in questi giorni. Nella piana di Macchia, il 16 ottobre, il portavoce del comitato spontaneo degli olivicoltori Massimo Ciuffreda l'ha detta così: «Non conviene raccogliere, non conviene portare alla molitura». Un altro olivicoltore, Matteo La Torre: «I costi di produzione hanno superato il costo dell'olio». Tommaso Loiodice, presidente di Unapol, mette un numero sulla soglia: «per coprire i costi di produzione, aumentati con energia e gasolio, il prezzo non dovrebbe scendere sotto i 7 euro al chilo».
Aggiungiamo il dato che quasi nessuno conta: il gasolio, passato da circa 1,30 euro al litro dell'anno scorso a 1,90-2,20. Entra nel trattore, nel compressore, nel camion che porta via la sansa — e infatti il blocco degli autotrasportatori di metà ottobre ha rischiato di fermare i frantoi del basso Molise, che senza ritiro della sansa dopo due giorni si piantano.
La domanda che tutti fanno: se all'origine è crollato, perché la bottiglia costa uguale?
Perché fra la cisterna e lo scaffale ci sono l'imbottigliamento, il vetro, il tappo, l'etichetta, la logistica, il margine del distributore e quello dell'insegna — voci che non si muovono quando si muove la materia prima. Oggi allo scaffale un extravergine italiano sta fra 9,90 e 15 euro al chilo, un olio comunitario fra 4,50 e 9,00. E c'è una regola che non cambia mai: i prezzi al dettaglio scendono molto più lentamente di quanto salgano.
Nella pratica, per chi produce, questo vuol dire una cosa sola: la forbice fra il prezzo all'origine e il prezzo in bottiglia non è mai stata così larga. Chi riesce a saltare un anello — vendita diretta, piccole partite, denominazione, un olio che si distingue — oggi non guadagna il 10% in più: guadagna il doppio.
Sul prezzo di mercato non possiamo farci niente, né noi né voi. Quello che resta sono due numeri sotto il vostro controllo.
Il costo per pianta. Nel conto qui sopra, la voce più grossa non è la molitura: è la raccolta. Fra un cantiere da 5.000 euro a ettaro e uno da 3.000 ci passa l'intero margine, e la differenza la fanno quasi sempre le ore-uomo. È il motivo per cui in un'annata così quasi nessuno cambia trattore e quasi tutti guardano gli attrezzi di raccolta: un abbacchiatore che fa il lavoro di tre persone a mano si ripaga in una campagna, e l'avevamo messo nero su bianco nel pezzo su quanto costa raccogliere a mano. Se state valutando di uscire dall'impianto ad aria compressa, il confronto sui consumi è in abbacchiatore ad aria o a batteria.
La categoria dell'olio. Fra extravergine e lampante, su questa piazza, ballano oltre 1,50 euro al chilo. Quel salto non lo decide il mercato: lo decidono la sanità delle olive, le ore fra pianta e frantoio e la temperatura di gramolazione. In un'annata in cui la mosca non si è vista — e quest'anno, per il caldo, quasi ovunque non si è vista — buttare via la categoria per due giorni di olive in cumulo è l'errore più caro che si possa fare.
Fonti: ISMEA (quotazioni all'origine e dati presentati il 24 settembre 2026); analisi Areté, ottobre 2026; rilevazioni di piazza del 25 settembre e dell'8 ottobre 2026; sistema Poolred della Fundación del Olivar, ripreso da AgroCLM il 16 ottobre 2026; ICQRF per le giacenze al 31 luglio 2026; Federolio, 16 settembre 2026; Teatro Naturale, 6 ottobre 2026, per i costi colturali; Fortune Italia, 14 ottobre 2026; l'Attacco e Primonumero, 16 ottobre 2026, per le voci dal campo. Le dichiarazioni degli olivicoltori sono testimonianze, non dati statistici. Nessuna previsione sui prezzi futuri: questi sono i numeri di oggi.
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